Libia, risoluzione della maggioranza, così non si può votare

Non ho votato la risoluzione di maggioranza sull’intervento militare in Libia – difformemente dalla maggioranza del mio gruppo – perché priva di visione strategica e perché affronta il tema delle migrazioni ancora una volta con la logica dell’emergenza e non in modo sistemico. Perché non cura la sorte delle migliaia di persone che fuggono da guerra e fame, perché non esiste alcuna garanzia sul piano umanitario per i migranti che verranno fermati o riportati in Libia, perché la logica del respingimento serve ad assecondare la pulsione xenofoba in Italia. Non l’ho votato anche perché l’ingresso italiano nelle acque territoriali libiche rischia di generare un contraccolpo ulteriore sulla credibilità interna del Governo di Al Serraj e di concorrere a generare ulteriore destabilizzazione nel contesto libico ed di esporre a rischi il nostro Paese.Un atteggiamento più giudizioso avrebbe imposto massima prudenza operativa e la ricerca di una condivisione più complessiva tra le varie realtà politiche-istituzionali libiche.

Ma le maggiori perplessità riguardano l’operatività stessa della missione. Non si comprende quale sarà il destino dei migranti, che siano cosiddetti “migranti economici” o potenziali richiedenti asilo o protezione internazionale, una volta tornati in Libia per via delle attività della Guardia costiera libica. L’Unhcr stessa non ha personale internazionale a terra per evidenti ragioni di sicurezza e dunque non può garantire la effettiva cifra umanitaria della accoglienza dei migranti. Non si comprendono dettagliatamente le regole di ingaggio così come sono state descritte.
Non si comprende se il nostro Paese partecipi direttamente ai respingimenti – diretti o indiretti che siano – con quali limiti, in quale perimetro di collaborazione con le autorità libiche. Mi pare che si tratti di una missione dettata da contingenze di carattere elettorale e da una certa “ansia da prestazione” nei confronti dell’attivismo francese.

Il Mediterraneo, ormai già da anni, è tornato ad essere al centro della storia. Lo è stato per millenni, interrotto per un breve periodo da un pendolo che sembrava oscillare verso l’Atlantico e il Pacifico, lo è tornato ad essere negli ultimi tempi, drammaticamente. È questa, di nuovo, la scommessa sulla quale l’umanità sta giocando il proprio destino. Tra nord e sud del mondo. Tra guerra e pace. Tra transizione ecologica e sconvolgimenti climatici. Tra migrazioni e resistenze.

Non lo abbiamo ancora capito. Infatti, si vota la missione in Libia, si “rientra” a Tripoli, i corridoi umanitari scompaiono e, nel frattempo, mandiamo le nostre motovedette a fermare le navi delle ONG.