Rompere gli argini e aprire una comune fase rifondativa della sinistra

«Occorre un soggetto che possa essere di nuovo attrattivo e rappresentativo delle istanze di giustizia sociale»

«Ieri è terminato il mio mandato parlamentare e oggi inizia una nuova Legislatura. Colgo l’occasione per ringraziare tutte e tutti coloro che mi hanno sostenuto, criticato, invogliato a fare di più e meglio: è stata un’esperienza importante, è stato un onore poter rappresentare il popolo italiano»: così Franco Bordo, Deputato uscente.
«Il 4 marzo non ero candidato; cionondimeno, sento anche sulle mie spalle il peso di una sonora sconfitta. In questi giorni non ho voluto parlare, ho preferito ascoltare. Ascoltare chi non ha votato, chi ha abbandonato la sinistra, chi, ancora oggi, attende da essa risposte credibili e concrete. Ho partecipato alla riunione di Liberi e Uguali di Crema, ho avuto la possibilità di seguire il lavori dell’Assemblea degli iscritti del PD cremasco, sono stato alla Direzione Nazionale di MDP a Roma. Il disorientamento è notevole, direi trasversale: è anche giusto che sia così. Se vogliamo provare a dare risposte serie e credibili, penso che abbiamo bisogno di tempo, tutti. Dentro e fuori il PD», prosegue il da oggi ex-parlamentare.
«Quando si prende una botta, il sangue accorre sempre, ma questa volta non è sufficiente a lenire il dolore, a curare la ferita. Anche perché, se non stiamo attenti, questa volta la botta si può trasformare in un colpo letale. Per la sinistra ma anche per la democrazia del nostro Paese. Non vedere le nostre patologie di fondo, stavolta, sarebbe suicida. Quante cose o proposte abbiamo bollato, con un eccesso di presunzione, come “populismo”? Quante volte, anche con disprezzo, abbiamo parlato di “antipolitica” di fronte a quelle richieste di sobrietà, trasparenza, correttezza nel gestire la cosa pubblica? In quante occasioni, e perché, non abbiamo più saputo ascoltare la sofferenza, sempre più diffusa nel nostro Paese, e la richiesta di maggiore uguaglianza? Da quanto tempo, a sinistra, manca un pensiero profondo, una visione che parli di alternativa, di modifica dello stato delle cose? Le domande a cui dobbiamo dar risposta costituiscono un lungo elenco», aggiunge Bordo.
«In 150 anni di storia, la sinistra ha svolto una funzione fondamentale: canalizzare sempre più utilmente per la crescita sociale e civile l’inevitabile alterità e le contraddizioni che un sistema capitalistico produce al suo interno. Per farlo, il movimento dei lavoratori ha tentato diverse strade, si è diviso, si è ricomposto ma ha sempre collocato sé stesso a cavallo tra Stato e società, evocando una prospettiva, un ideale, ma lottando giorno per giorno per il salario, la democrazia, i diritti. Oggi noi e tutta la sinistra europea non siamo né abbastanza Stato, né abbastanza società. Non siamo», fa autocritica il già Deputato della Repubblica.
«Per la sinistra è quanto mai urgente e necessaria una rigenerazione, ma per farlo non ci servono congressi rituali, dobbiamo cambiare. Se vogliamo catalizzare nuovamente energie bisogna mostrare dei cambiamenti significativi. Servono fatti nuovi che traggano ispirazione e sviluppino quanto in parte già esiste nei nostri principi, ma che non abbiamo coltivato, o perlomeno non a sufficienza. La sinistra riformista che da tempo si è arresa al “gestire”, abbandonando il terreno del conflitto sociale, e poi il renzismo e i suoi frutti avvelenati hanno combinato tanti guai, che non si superano dalla sera alla mattina. Ma è anche chiaro che le proposte dettate da minoritarismo, il cosiddetto “quarto polo”, il cartello elettorale, i duelli a sinistra non hanno appassionato e non appassionano il popolo che intendiamo rappresentare. Mi pare che la necessità sia quella di avviare una comune fase rifondativa della sinistra italiana. Occorre ripensare il suo ruolo nel Paese, quello dell’Europa e quello dell’Italia in Europa, nel mezzo di una delle fasi più incerte e difficili dell’era capitalistica. Occorre mettere mano alle sue forme organizzative, tarandole sulla nuova conformazione degli interessi e dei bisogni che vorremmo rappresentare», spiega il politico cremasco.
«Penso che serva fondare sulla politica e su un confronto aperto un pluralismo di idee e non di potere. Però, fin quando il campo di gioco non cambierà, non cambieranno le squadre e i termini del nostro pluralismo resteranno immutati e sempre più aridi. Ognuno deve mettere in discussione le proprie, ormai misere, rendite di posizione e nuotare, se ne è capace, in mare aperto, perché probabilmente, al termine di un percorso costituente, ci sarà un partito o un movimento democratico diverso da oggi, anche nelle persone. Che possa essere di nuovo attrattivo e rappresentativo delle istanze di giustizia sociale, con la capacità di indicare e governare i necessari cambiamenti», conclude Franco Bordo.